Ridere sul serio. La commedia di Aristofane (1)
Per risolvere i problemi di Atene, gli eroi di Aristofane hanno sempre delle brillanti quanto improbabili idee. E' così che un vignaiolo ateniese, stanco della guerra, decide di salire ad incontrare gli dei per perorare la pace dopo dieci lunghi anni di scontri tra Atene e Sparta.
TRIGEO:
Ci starò bene attento! A rivederci!
(Si volge agli spettatori)
E voi, per cui mi trovo in queste angustie,
per tre giorni badate a non scoreggiare e non cagare:
ché se questo di su sente l'odore,
scende a mangiare e io mi rompo il collo!
(Ricomincia l'ascensione dello scarafaggio, durante
la quale Trigeo canta)
Brioso, o Pègaso, libra il tuo corso,
ed agitando l'orecchio ardito,
dei barbozzali sull'aureo morso
fa' che risuoni chiaro il tinnito.
Che, che fai? Come? Verso un cesso
chini le froge? Lungi dal suolo
spíccati, stendi rapide l'ale,
diritto all'aula di Zeus ti lancia,
e dalla merda lungi le nari
tieni, e da ogni altro cibo mortale!
(Guarda verso il Pireo)
Ehi, tu,lì alle latrine, amico! Tu che ti svuoti l’intestino
nei pressi dei lupanari,
giú nel Pirëo! Tu mi rovini,
tu mi rovini! Via, seppelliscila
presto, gran zolle sopra v'accumula,
piantaci in vetta una piantina di timo profumato, e
di mirra versaci soavi unguenti!
Ché s'io malconcio di qui precipito,
per la mia morte, cinque talenti
trarre agli abitanti di Chio dal loro erario
farà codesto tuo culo!
(Lo scarafaggio comincia a ridiscendere verso le casa di Giove)
Ahi, che paura! E non lo dico già
per scherzo! Ohi macchinista, attento!
Per la paura mi brontola sotto l'ombelico
un certo soffio! Attento! Ché se no,
scodello qui il cibo a questa bestia!
(Lo scarafaggio si ferma avanti alla porta di Giove)
Ma sono, pare, accosto ai Numi. Vedi
il palazzo di Giove!
Una scena esilarante, colma di quella comicità grassa, legata spesso al corpo, al cibo, al sesso, che però tocca argomenti serissimi. Il giovane commediografo, infatti, tratta qui il tema della pace e trasforma in parodia il grido doloroso di Euripide “ Basta con i morti!”
La guerra infuria, ad Atene, ed è una lotta fratricida quella del Peloponneso, che vede contrapposte in blocchi tutte le poleis greche, riunite rispettivamente nella lega del Peloponneso e in quella delio-attica. A proposito di quest’ultima, pura satira è la battuta sull’avidità ateniese che incombe sugli abitanti di Chio, i quali, a causa del loro nome così vicino al vocabolo greco che indica defecare, sono minacciati di un ulteriore esborso in tasse .
Portato a termine nel modo rocambolesco che abbiamo letto il suo viaggio, il nostro contadino, giunto sull’Olimpo, lo scopre desolatamente vuoto. Vi infuria soltanto Polemos, la guerra personificata, intenta a cercare dei pestelli con cui triturare, in un mortaio, tutte le città greche. Ma non ne trova… I due principali fautori della guerra ad Atene e a Sparta, Cleone e Brasida, sono appena morti, e quindi si apre uno spiraglio per la pace, che di lì a poco, nel 421a.C. , verrà stipulata col nome di pace di Nicia. La pace, di durata cinquantennale, però non entra nemmeno in vigore, e la guerra riprende, così come l’attività letteraria del nostro, che con un’altra ardita idea sventola la… mutanda della pace.
Eh, si, perché anche la Lisistrata, altro esilarante pezzo di teatro, parla di pace…Ne parla attraverso uno sciopero del sesso attuato dalle donne ateniesi come extrema ratio per spingere gli uomini a non combattere più.. (continua)
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